Anticipi di pena e altre bagatelle
22 Marzo 2008
Certi fatti sono sconvolgenti, ma non dovremmo essere tutti d’accordo almeno sul principio? E cioè che le pene si scontano dopo il processo?
Le condizioni per l’arresto di Vernarelli (pericolo di fuga, di reiterazione, di inquinamento delle prove) non ci sono, nemmeno a casa di Azzeccagarbugli.
Sulla decisione del Gip ha pesato il pericolo di reiterazione del reato e il fatto che l’investitore, dopo l’arresto, presentasse «pupille miotiche», circostanza che potrebbe far supporre l’assunzione pregressa di sostanze stupefacenti. «Dalla certificazione del pronto soccorso - si legge nel provvedimento - risulta che Vernarelli era totalmente cosciente, anche se lui sostiene il contrario». Il giovane si è comunque rifiutato di sottoporsi all’analisi delle urine. «Ha dichiarato, che non lo riteneva utile in quanto, a suo dire, l’accertamento sulla probabile assunzione di stupefacenti poteva acquisirsi attraverso quello del sangue», si legge nel fascicolo del Gip.
Pericolo di reiterazione a parte, che non regge di fronte a un serio esame, il resto è probabilmente vero, ma sono fatti che andrebbero valutati in dibattimento per determinare la (eventuale) pena, e non usati per limitare la libertà di un cittadino prima del processo.
Gli ideologi sono cattivi osservatori…
17 Marzo 2008
… perché guardano solo attraverso il proprio paraocchi.
È interessante osservare come i commentatori politici che si sono indignati per le frasi di Erdogan durante la sua visita in Germania abbiano mancato di notare la novità linguistica delle sue tesi, almeno secondo la vulgata che vuole gli islamici del tutto impermeabili alla cultura occidentale. Dire che l’assimilazione è un crimine contro l’umanità (e quella forzata lo è) significa usare una categoria morale occidentale. Dovremmo tenerne conto prima di indignarci a comando.
Incontro con il Guru
16 Marzo 2008
Mai sottovalutare il carattere delle persone. Specialmente di quelle che non sono capaci di incazzarsi con stile.
Non ho incontrato il professor I. solo per caso, anzi, direi che in qualche modo me la sono cercata. La mia idea, forse un pochino ingenua, è che il Web sia un luogo dove chiunque può dire la sua e se si fa gli affari propri, cioè si limita a scrivere sul suo blog, nessuno ci bada più di tanto.
Naturalmente mi sbagliavo, e così, al primo sgarro… zac!… finisco beccato dal guru di turno, quello che mi illudevo che sapesse apprezzare un pochino di ¬PC (che starebbe per argomentazione non Politicamente Corretta, ma lui lo sa, è Matematico).
Certo, è vero che nel mio piccolo ho commesso una marachella, ma chi poteva pensare che, come Grimilde, il Nostro la mattina si mette davanti al grande specchio del Web e chiede Google, Google delle mie brame! Chi ha (s)parlato di me ieri nel reame?
E così, grazie al Grande Fratello (No, caro, non quello della televisione), mi sono beccato una bella reprimenda.
In primo luogo ho commesso il peccato-dell’anonimo-che-polemizza. Prima mi è stato detto che non si fa, anzi no, si fa, ma solo contro (sic) i gruppi e le idee, non contro le persone-che-ci-mettono-la-faccia, infine, dopo le mie insistenze, ho saputo che sì, si può fare, ma non è Bon Ton. Argomento questo, lo riconosco, assolutamente impervio a ogni confutazione.
E qui, per inciso, si capisce quanto dev’essere difficile la vita del guru, che, tutto preso a districarsi fra il Bon e il Ton, distrattamente scorda di linkare i comuni mortali.
Intimidito, ho cercato di spiegare che sì, però, insomma… certi argomenti alla Fallaci… ma ho scoperto che non si deve, no, no, non-si-deve-dire-la-propria-senza-argomentare. Ho traccheggiato, cercato di adeguarmi, ma non è servito. Per il nostro guru, così parrebbe, vox media, vox dei. Inutile (lui dice sterile) contestualizzare e meditare prima di adeguarsi alla voce del gregge.
Poi c’è la terza regola, quella di non usare la parola collega per parlare del guru. Dev’essere questo che l’ha fatto scattare. Magari ha pensato - certo solo per un momento - che fossi Odifreddi travestito. Poi ha perso l’interesse, credo. Per fortuna dei lettori.
Infine c’è il problema dello scioglilingua. Provate a far dire al guru se l’Arcivescovo di Canterbury si disarcivescovizzasse. Non che non vorrebbe, ma è troppo difficile - a dire il vero non solo per lui.
Tuttavia il Nostro è persona pratica e tenace e prova a risolvere il problema in altro modo. Prima sillabando a fatica un anonimo vescovo anglicano, poi, pressato, profferisce con sforzo un primate (minuscolo, sic). Visto che il professore sembra essere un darwinista poco convinto, a noi il dubbio resta: il più autorevole dei vescovi anglicani è un nostro parente nell’albero dell’evoluzione, oppure Dio l’ha creato apposta per quel ruolo?
Stanotte non ci dormo.
Utilitarismo etico
14 Marzo 2008
Sul Foglio di martedì 11 marzo è stata pubblicata un’intervista di Giulio Meotti a Peter Singer, filosofo australiano e docente a Princeton.
Detto molto in breve, per Singer la radice dell’etica sta nella capacità di provare sofferenza. Semplificando un po’ il suo discorso, possiamo dire che per lui la sofferenza equivale al male e che, pertanto gli esseri che hanno rilevanza etica sono quelli che possono soffrire. Il concetto di persona, per Singer richiede in qualche misura il possesso di razionalità, autocoscienza, autonomia e capacità di comprendere l’altro.
Come chiarisce nella sua intervista il filosofo australiano, queste qualità non caratterizzano gli esseri umani: per esempio i neonati e gli individui con gravi deficit cerebrali non rientrano nella categoria delle persone, che invece comprende alcuni animali superiori.
Le conseguenze di questa impostazione sono quantomeno singolari: non solo l’aborto è lecito in ogni fase della gravidanza, ma nemmeno l’infanticidio dei neonati e l’uccisione degli handicappati gravi o dei pazienti in stato di coma permanente sono atti eticamente illeciti. La qualità della vita diventa un discrimine etico e una misura del valore della vita umana.
Purtroppo la concezione etica singeriana non è solo una filosofia accademica. Se tutti concordano che l’allocazione delle risorse mediche e delle cure non può essere lasciata solo al mercato, è molto meno diffusa fra il pubblico la coscienza del fatto che la managed care, l’alternativa pubblica al mercato non può prescindere dai giudizi di valore, e quindi non può fare a meno di buona parte dell’utilitarismo singeriano (ristretto, ça va sans dire, all’universo umano per ovvi motivi).
Occorre quindi esaminare i presupposti della filosofia utilitaristica alla Singer per scoprire su quali basi si fonda e capire quanto sia compatibile con la concezione dell’uomo propria della nostra società
Se indichiamo con il termine essere senziente la persona singeriana nel senso sopra delineato, allora la società secondo Singer è semplicemente l’insieme degli esseri senzienti.
Questa è una visione astrattamente fondata dell’universo sociale che prescinde completamente dalle caratteristiche umane e dai vincoli che queste impongono.
L’essere senziente secondo Singer è condizionato dalle regole astratte della giustizia utilitarista, ma non gode di una vera libertà. È interessante leggere l’ultimo capitolo della sua introduzione a Marx (Peter Singer, Marx - A Very Short Introduction, Oxford University Press) per capire quanto sia limitata la comprensione della libertà umana da parte del filosofo australiano.
E non è un caso che la società utilitarista, come tutte quelle basate su un’etica immanente, sia più compassionevole che libera. Paradossalmente è proprio l’immanenza delle regole a non lasciare nessuna scelta: o non ci sono, e allora la società si dissolve nel caos, o, se ci sono, non possono essere messe in discussione, pena, appunto, la loro scomparsa. L’unica via di uscita è quella di avere delle regole compassionevoli, nella speranza che sia più facile accettarle.
Web e Anonimato
13 Marzo 2008
Il professor Israel, in un commento a un suo post criticato in questo blog, dice: Quanto non mi piacciono i blog anonimi in cui si sentenzia sulle cose dette da altri [...].
Non sono d’accordo. La sua incazzatura è umanamente comprensibile, ma assolutamente fuori luogo, e per più di una ragione.
Chi, come il professor Israel, scrive sui giornali o mette il suo nome su un blog ad alta visibilità, esercita in sostanza l’attività di pubblicista. Questo significa che le sue opinioni e i suoi scritti entrano in un dibattito pubblico rivolto a tutti. L’intenzione di Giorgo Israel non è solo quella di esternare un’opinione in modo più o meno sommesso, ma quella di esercitare un’azione sulle coscienze e sui pensieri del pubblico. Si tratta di una cosa non solo legittima, ma anche lodevole, eppure criticarne i contenuti non è solo altrettanto legittimo, ma anche assolutamente necessario per un dibattito salutare. In particolare, il post che ho criticato era in origine un articolo di giornale. Se il professor Israel mi avesse colto in un bar mentre lo commentavo con degli amici, mi avrebbe chiesto la carta di identità? Sono sicuro che anche il solo pensiero di ciò lo farebbe ridere.
So che il professor Israel non nega la libertà di critica, ma non si accorge che pretendere la rinuncia all’anonimato equivale a chiedere di assoggettarla a una licenza: ciò che deve contare in un dibattito sono gli argomenti, non gli autori. Il diritto all’anonimato, anche nel caso delle critiche e delle satire più feroci, è fondamentale all’esercizio della libertà.
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Poi, voglio anche rispondere a un altro punto, e cioè quello che il superficiale sarei io. E’ vero che il mio post non contiene una approfondita analisi dei presupposti delle mie affermazioni, ma il mio blog è uno zibaldone, cioè un deposito di pensieri solo in parte formati. Tuttavia credo di essere stato chiaro fin dall’inizio: non mi piaceva il tono alla Fallaci (che apprezzo come scrittrice, ma non come polemista), non trovo serio usare una delle tante frasi a effetto dei politici (in questo caso Erdogan) per trarne la conclusione - perniciosa - che la Turchia non debba entrare nell’UE, non penso che sia coerente ascoltare (giustamente) con grande attenzione il Papa e liquidare come se fosse un servo sciocco il Primate della Chiesa d’Inghilterra, senza nemmeno linkare (come ho fatto io) il suo documento.
Infine, con una piccola punta polemica, voglio far notare che il professor Israel ha scordato di linkare alla sua protesta il mio blog, e che con ciò mi ha reso doppiamente anonimo e ha impedito ai suoi lettori di confrontarsi con la versione originale di ciò che riportava. Non che ciò mi dispiaccia perché aspiro davvero a molto meno di venticinque lettori, ma, allora, perché lamentarsi?
Scivolamenti differenziali di discorso
9 Marzo 2008
Un breve commento all’ultimo post di Giorgio Israel. Condivido appieno la difesa dei valori occidentali, ma non il tono di rant fallaciani che queste difese spesso assumono. Il loro limite, anche quando sono scritte nello stile inimitabile di Oriana Fallaci (e non è il caso di Giorgio Israel) è che trattano gli avversari come nemici allo stato puro, con i quali ogni dialogo è impossibile a causa della loro perversità o della loro imbecillità. Trattare Rowan Williams, l’arcivescovo di Canterbury, come un povero demente pronto a ogni concessione al nemico islamico invece di leggere e discutere il documento nel quale il reverendo Williams espone e argomenta le sue posizioni è una resa a uno stile da giornalista che avrei preferito veder evitata da un collega. E criticare Erdogan, come fa in un precedente post, perché invita i turchi tedeschi a non rinunciare alla loro identità si può fare solo se le parole del Primo Ministro turco vengono interpretate nel modo peggiore possibile. Tutto ciò, ribadisco, ha un senso solo se l’Islam è il nemico, da sconfiggere definitivamente, e non un vicino ingombrante del quale dobbiamo prendere le misure ma anche conviverci.
Da parte mia credo che sostituire l’analisi con le invettive, alla lunga paghi poco. La difesa della nostra libertà e dei nostri valori si fa con la fermezza nel e del dialogo, non chiedendo alle altre culture di farsi da parte senza discutere. Perché in fondo a questa strada rischiamo di trovare solo conflitti.
Oil and blood (bozza).
9 Marzo 2008
Il ruolo del petrolio nell’economia è spesso visto come inseparabile dalle ingerenze politiche. Ci si chiede però di rado come mai ciò possa avvenire, e si preferisce invece pensare che tutto ciò sia in qualche modo inevitabile, causato dall’importanza di tale materia prima in tutti gli aspetti della vita.
Eppure, per poter capire fino in fondo il ruolo del petrolio nell’economia e nella politica mondiali, bisogna tener conto del fatto che è una merce dalle proprietà piuttosto peculiari. Questa sua caratteristica, unita alla sua insostituibilità come vettore energetico è alla radice del fatto che il prezzo e la disponibilità di petrolio sono intimamente legati alle vicende politiche mondiali. L’OPEC, che controlla la produzione di circa il 40% del greggio mondiale, è a tutti gli effetti una banca centrale del petrolio la cui influenza sull’economia mondiale non può essere sottostimata.
In particolare bisogna ricordare che:
- Il costo di produzione dei derivati del petrolio non è omogeneo, ma dipende fortemente dalla situazione geografica e geologica dei giacimenti e dalla qualità del greggio. A rigore, non ha senso parlare di riserve in assoluto perché queste dipendono non solo dalla disponibilità fisica, ma anche dal loro costo di sfruttamento, che può variare enormemente.
- Quindi, il costo al consumatore dell’energia prodotta dal petrolio è quello marginale: una domanda sostenuta (come quella odierna) permetterà lo sfruttamento dei giacimenti dai costi di produzione più elevati e garantirà una redditività molto alta ai possessori dei giacimenti meno costosi da sfruttare.
- Il petrolio non è una merce deperibile o soggetta ad obsolescenza. Quindi non vi sono vincoli fisici o di mercato che impediscano un’elevata flessibilità nelle scelte produttive e commerciali.
- I costi di prospezione e di trivellazione sono spesso molto maggiori di quelli di esercizio dei pozzi e di manutenzione degli stessi.
- La produzione di petrolio è un fenomeno essenzialmente oligopolistico, territoriale e legato alla politica. Ciò rende le decisioni produttive relativamente libere anche dai vincoli finanziari.
- I derivati del greggio (benzina e gasolio) sono di gran lunga i mezzi più flessibili ed efficienti per produrre, immagazzinare, trasportare e distribuire energia.
Alfonso
5 Marzo 2008
Solo ieri sono venuto a sapere che all’inizio di febbraio è morto il mio amico Alfonso Riva.
Alfonso era una persona di grandissima cultura e intelligenza, un umanista mai banale, capace di far riflettere e di illuminare i suoi interlocutori.
Era malato da tempo, ma, complice il suo ottimismo e una certa ingenuità da parte mia, ero convinto che ce l’avrebbe fatta a guarire. Così abbiamo sempre rimandato a tempi migliori l’occasione di incontrarci di nuovo. Ora, purtroppo, non è più possibile.
Scienza, Ragione e Religione
5 Marzo 2008
Un mio studente mi ha segnalato che a fine novembre è apparso un video su YouTube con un servizio sulla presentazione dell’ultimo libro di Rosa Alberoni su darwinismo e creazione.
Tralascio ogni commento ironico sulla tesi e sulle frasi dell’autrice, perché sono così sciocche che è persino più facile che sparare sulla Croce Rossa, ma trovo preoccupante per la sua ignoranza e disinformazione la breve intervista al cardinale Renato Martino, che partecipava alla manifestazione.
Ora che il marxismo ha fatto il suo tempo… Adesso si ritorna con un figlio del marxismo, che è questo darwinismo…
[e, rivolto all'intervistatrice] Ma lei… ma lei si sente discendente da uno scimpanzé? Io no!
Fra tutti i commenti su YouTube a questa prova di ignoranza beatamente mondana, il più divertente è il seguente: Darwinismo figlio del marxismo? Primati di tutto il mondo, unitevi!
La scienza moderna è ricca di teorie che fanno affermazioni controintutive e difficili da conciliare con il senso comune o con le convinzioni stabilite. Se sottoponiamo a una analisi approfondita la Relatività o la Meccanica Quantistica scopriamo immediatamente che le nozioni abituali di spazio e tempo non hanno più significato, mentre la neurofisiologia suggerisce che concetti come coscienza, individuo e anima sono quantomeno problematici. Ciò implica che il discorso religioso deve farsi cauto nel leggere i testi sacri e riconoscere che ogni rivelazione deve entrare in un discorso dialettico con la ricerca delle leggi di natura.
Questa necessità non implica, come pretende lo scientismo, l’identità fra Scienza e Ragione, e quindi, dato il carattere riduzionista delle scienze moderne, la rinuncia alla divinità come ipotesi non necessaria. Però impone a ogni discorso religioso che non voglia prescindere dalla ragione di saper distinguere tra la verità trascendente e la realtà mondana, che comprende in sè l’universo della fisica. Contrariamente a quello che sostiene l’ortodossia tradizionale musulmana circa il Corano (e anche a una lettura troppo testuale dell’incipit del Vangelo di S. Giovanni), il verbo, cioè la parola, non è il principio, ma solo l’inizio del dialogo di Dio con l’Uomo.
E’ nel carattere stesso delle scienze naturali l’essere scientiste, ma ciò non significa che i risultati che ottengono possano essere messi in discussione a partire da posizioni esterne ad esse. Invece, bisogna saper riconoscere che il limite della Scienza non sta in quello che dice, ma in quello che non può dire. Scienza e Conoscenza non sono sinonimi, e l’autonomia della prima non implica quella della seconda. In questo contesto l’enfasi del Papa sul ruolo della Ragione trova una completa legittimità. Gli spiriti religiosi devono rinunciare all’idea che la Rivelazione sia un discorso chiuso in sé, i razionalisti devono fare lo stesso nei confronti della Scienza.
India’s Digital remastering
2 Marzo 2008
È un vero peccato che gran parte dei monumenti indiani sia in un pessimo stato di conservazione.
Ai tempi della conquista da parte dell’imperatore Moghul Aurangzeb il forte di Gwalior ha subito un’estesa devastazione.
Lo splendido Palazzo Man Mandir ha visto le sue corti e le sue stanze spogliate delle decorazioni e dagli addobbi; i templi sono stati sfregiati di quasi tutte le figure, sorte toccata anche alle imponenti sculture giainiste scavate nella roccia della collina sui cui sta il forte.
Come sempre accade nel caso delle rovine dell’antichità, riportarle al loro splendore non sarebbe altro che una ulteriore violazione della loro integrità, però, grazie alla tecnologia digitale, una differente operazione di recupero oggi sarebbe possibile.
In modo filologicamente rigoroso, con la collaborazione di archeologi, di esperti del restauro, di architetti e di computer artists si potrebbe ricostruire le opere d’arte danneggiate in modo digitale. Per esempio, si potrebbero riprodurre i vari ambienti del Palazzo Man Mandir com’erano al tempo del loro massimo splendore, con i colori, gli specchi e le decorazioni dell’epoca. I sistemi di illuminazione a specchio e di aerazione potrebbero essere simulati in modo realistico, e la “stanza da giochi delle regine” potrebbe ritrovare in modo virtuale le sue decorazioni e persino le altalene che un tempo la ingentilivano.
La ricostruzione digitale di palazzi, templi, tombe ed altri monumenti sarebbe un modo relativamente economico di ricostruire e preservare la cultura dell’India di un tempo e permettere alle generazioni future un contatto rinnovato con le loro radici.