Obama come Carter?
29 Febbraio 2008
I commentatori delle elezioni presidenziali americane non sembrano ancora aver rilevato le evidenti analogie fra le posizioni di Obama oggi e quelle di Carter nel 1976.
Entambi i candidati si sono presentati come uomini nuovi, alternativi e persino opposti alle politiche dell’establishment esistente.
Entambi si rifanno a una visione dell’America più aperta al dialogo con gli altri paesi, più preoccupata del diritto e della giustizia, meno incentrata sui propri valori tradizionalo e meno disposta all’uso della forza; entrambi fondano le loro proposte sul rifiuto della guerra e dell’interventismo contro i paesi non amici dell’America e cercano un fondamento diverso dell’azione diplomatica; entrambi si posizionano alla sinistra del centro del partito democratico.
Tuttavia faremmo bene a ricordare che, malgrado l’altezza dei principi che la ispiravano e la sincerità dei propositi, la presidenza Carter fallì tutti gli obiettivi che si era prefissata.
Sotto Carter la rivoluzione sandinista risultò vittoriosa in Nicaragua, con il solo non apprezzabile risultato di far passare quel paese da una dittatura di destra a una di sinistra. La caduta dello Scià di Persia nel ‘79 aprì le porte a un periodo di feroce terrore in Iran, spianò la strada al terrorismo sciita e preparò la guerra contro l’Iraq che costò più di un milione di morti.
La politica dei diritti umani si rivelò incapace di ottenere un reale miglioramento del rispetto di tali diritti all’interno del blocco sovietico, e, anzi, causò il gelo fra Mosca e Washington, come documenta l’ambasciatore Dobrynin nelle sue memorie; nel frattempo l’espansionismo sovietico raggiunse il suo apice in Africa e in Afghanistan.
Paradossalmente, la presidenza più pacifista dalla seconda guerra mondiale in poi produsse una recrudescenza della guerra fredda e iniziò il programma di riarmo di cui in seguito Reagan prese l’intero merito e lasciò in eredità all’amministrazione successiva una situazione in cui i diritti umani erano, se possibile, globalmente ancor più precari.
Obama e le forze che lo sostengono sembrano aver imparato poco da quel fallimento. La fretta di ritirarsi da un Iraq in via di pacificazione tradisce una visione ideologica della storia e della politica, priva dello spirito pragmatico necessario nei tempi difficili.
Peggio ancora, la mancanza di considerazione per gli attuali amici dell’America ricorda la piccolezza con cui Carter trattò lo Scià, che con tutti i suoi difetti, era pur sempre un amico e un alleato degli USA, mentre la pretesa di poter intervenire poi in caso di necessità per colpire il terrorismo nei paesi che verranno abbandonati a se stessi, come l’Iraq e il Pakistan, pecca di ingenuità e di arroganza.
Il grande limite dell’ispirazione carteriana e osamiana della politica estera è il suo basarsi su valori morali astratti e, in fondo, occidentali, a scapito della necessità di fondare la propria azione sulla chiarezza degli interessi da difendere (che, ovviamente, comprendono i diritti umani, ma non si fermano a quelli), e sul rifiuto dell’ipocrisia. E’ vero che G.W. Bush non è stato un modello di flessibilità e di chiarezza comunicativa nell’azione diplomatica, e che la sua ostinazione ha spesso sconfinato nell’ottusità e nell’autolesionismo, ma almeno ha una visione geopolitica degli affari mondiali. Obama promette solo di essere peggio. Speriamo di sbagliarci.