Utilitarismo etico

14 Marzo 2008

Sul Foglio di martedì 11 marzo è stata pubblicata un’intervista di Giulio Meotti a Peter Singer, filosofo australiano e docente a Princeton.

Detto molto in breve, per Singer la radice dell’etica sta nella capacità di provare sofferenza. Semplificando un po’ il suo discorso, possiamo dire che per lui la sofferenza equivale al male e che, pertanto gli esseri che hanno rilevanza etica sono quelli che possono soffrire. Il concetto di persona, per Singer richiede in qualche misura il possesso di razionalità, autocoscienza, autonomia e capacità di comprendere l’altro.

Come chiarisce nella sua intervista il filosofo australiano, queste qualità non caratterizzano gli esseri umani: per esempio i neonati e gli individui con gravi deficit cerebrali non rientrano nella categoria delle persone, che invece comprende alcuni animali superiori.

Le conseguenze di questa impostazione sono quantomeno singolari: non solo l’aborto è lecito in ogni fase della gravidanza, ma nemmeno l’infanticidio dei neonati e l’uccisione degli handicappati gravi o dei pazienti in stato di coma permanente sono atti eticamente illeciti. La qualità della vita diventa un discrimine etico e una misura del valore della vita umana.

Purtroppo la concezione etica singeriana non è solo una filosofia accademica. Se tutti concordano che l’allocazione delle risorse mediche e delle cure non può essere lasciata solo al mercato, è molto meno diffusa fra il pubblico la coscienza del fatto che la managed care, l’alternativa pubblica al mercato non può prescindere dai giudizi di valore, e quindi non può fare a meno di buona parte dell’utilitarismo singeriano (ristretto, ça va sans dire, all’universo umano per ovvi motivi).

Occorre quindi esaminare i presupposti della filosofia utilitaristica alla Singer per scoprire su quali basi si fonda e capire quanto sia compatibile con la concezione dell’uomo propria della nostra società

Se indichiamo con il termine essere senziente la persona singeriana nel senso sopra delineato, allora la società secondo Singer è semplicemente l’insieme degli esseri senzienti.

Questa è una visione astrattamente fondata dell’universo sociale che prescinde completamente dalle caratteristiche umane e dai vincoli che queste impongono.

L’essere senziente secondo Singer è condizionato dalle regole astratte della giustizia utilitarista, ma non gode di una vera libertà. È interessante leggere l’ultimo capitolo della sua introduzione a Marx (Peter Singer, Marx – A Very Short Introduction, Oxford University Press) per capire quanto sia limitata la comprensione della libertà umana da parte del filosofo australiano.

E non è un caso che la società utilitarista, come tutte quelle basate su un’etica immanente, sia più compassionevole che libera. Paradossalmente è proprio l’immanenza delle regole a non lasciare nessuna scelta: o non ci sono, e allora la società si dissolve nel caos, o, se ci sono, non possono essere messe in discussione, pena, appunto, la loro scomparsa. L’unica via di uscita è quella di avere delle regole compassionevoli, nella speranza che sia più facile accettarle.

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