Scivolamenti differenziali di discorso
9 Marzo 2008
Un breve commento all’ultimo post di Giorgio Israel. Condivido appieno la difesa dei valori occidentali, ma non il tono di rant fallaciani che queste difese spesso assumono. Il loro limite, anche quando sono scritte nello stile inimitabile di Oriana Fallaci (e non è il caso di Giorgio Israel) è che trattano gli avversari come nemici allo stato puro, con i quali ogni dialogo è impossibile a causa della loro perversità o della loro imbecillità. Trattare Rowan Williams, l’arcivescovo di Canterbury, come un povero demente pronto a ogni concessione al nemico islamico invece di leggere e discutere il documento nel quale il reverendo Williams espone e argomenta le sue posizioni è una resa a uno stile da giornalista che avrei preferito veder evitata da un collega. E criticare Erdogan, come fa in un precedente post, perché invita i turchi tedeschi a non rinunciare alla loro identità si può fare solo se le parole del Primo Ministro turco vengono interpretate nel modo peggiore possibile. Tutto ciò, ribadisco, ha un senso solo se l’Islam è il nemico, da sconfiggere definitivamente, e non un vicino ingombrante del quale dobbiamo prendere le misure ma anche conviverci.
Da parte mia credo che sostituire l’analisi con le invettive, alla lunga paghi poco. La difesa della nostra libertà e dei nostri valori si fa con la fermezza nel e del dialogo, non chiedendo alle altre culture di farsi da parte senza discutere. Perché in fondo a questa strada rischiamo di trovare solo conflitti.
India’s Digital remastering
2 Marzo 2008
È un vero peccato che gran parte dei monumenti indiani sia in un pessimo stato di conservazione.
Ai tempi della conquista da parte dell’imperatore Moghul Aurangzeb il forte di Gwalior ha subito un’estesa devastazione.
Lo splendido Palazzo Man Mandir ha visto le sue corti e le sue stanze spogliate delle decorazioni e dagli addobbi; i templi sono stati sfregiati di quasi tutte le figure, sorte toccata anche alle imponenti sculture giainiste scavate nella roccia della collina sui cui sta il forte.
Come sempre accade nel caso delle rovine dell’antichità, riportarle al loro splendore non sarebbe altro che una ulteriore violazione della loro integrità, però, grazie alla tecnologia digitale, una differente operazione di recupero oggi sarebbe possibile.
In modo filologicamente rigoroso, con la collaborazione di archeologi, di esperti del restauro, di architetti e di computer artists si potrebbe ricostruire le opere d’arte danneggiate in modo digitale. Per esempio, si potrebbero riprodurre i vari ambienti del Palazzo Man Mandir com’erano al tempo del loro massimo splendore, con i colori, gli specchi e le decorazioni dell’epoca. I sistemi di illuminazione a specchio e di aerazione potrebbero essere simulati in modo realistico, e la “stanza da giochi delle regine” potrebbe ritrovare in modo virtuale le sue decorazioni e persino le altalene che un tempo la ingentilivano.
La ricostruzione digitale di palazzi, templi, tombe ed altri monumenti sarebbe un modo relativamente economico di ricostruire e preservare la cultura dell’India di un tempo e permettere alle generazioni future un contatto rinnovato con le loro radici.
Ateismo
1 Marzo 2008
Proprio ieri ho letto la seguente frase (purtroppo non ricordo di chi): se l’ateismo è una religione, allora la calvizie è un colore dei capelli.
E’ un parallelo apparentemente suggestivo, ma sbagliato. Se esaminiamo il ruolo che le religioni hanno e hanno avuto nella storia dell’umanità scopriamo che la preghiera e la fede nella divinità sono solo un aspetto, ma non l’unico, del fenomeno religioso.
Le religioni servono e sono servite anche da fondazione delle comunità, cioè come insieme di valori condivisi: l’intolleranza religiosa nasce proprio da qui. La fonte divina giustifica la comunità in quanto comunità di giusti, per cui tutti gli altri, che siano gentili, khafir o pagani, sono in qualche senso uomini sminuiti. Al meglio bambini malcresciuti da redimere, al peggio diavoli da combattere fino alla fine.
Ma la risposta laica a questo stato di cose è efficace? La risposta è, purtroppo, negativa.
In un senso più ampio le credenze religiose sono sistemi di convinzioni e di valori condivisi. La presenza esplicita fra questi di una divinità è un’opzione, non una necessità, come è dimostrato, fra l’altro, dal buddismo.
Oggi, apparentemente, il rapporto fra stato e religione è quello di una reciproca, ma parziale separazione. Le non numerose eccezioni si situano piuttosto sul versante teocratico. Tuttavia nell’antichità classica la norma era quella della religione di Stato: la divinità era più una funzione della comunità che non il suo contrario,
Le moderne democrazie, analogamente a quelle classiche, necessitano di un insieme fondazionale di valori condivisi che naturalmente confligge con le religioni stabilite. Da qui, cioè dal senso di comunità, nasce il bisogno di sacralità al quale nemmeno gli atei possono sfuggire.
Il mito della completa autonomia dell’individuo, semplicemente, non regge di fronte alla realtà, e di conseguenza l’ateismo non può che rifugiarsi nello scientismo, cioè nel mito della autofondazione della Natura celebrata dalla Scienza.
Alla fine, quindi, anche l’ateismo deve darsi una forma e dei valori. Valori che hanno radice altrove rispetto all’individiuo e sono quindi trascendenti rispetto ad esso.
God bless you
29 Febbraio 2008
Ieri il mio amico indiano John Benny, accomiatandosi da me al telefono, mi ha salutato con un God bless you, al quale ho risposto: and God bless you too.
Questo tipo di espressione è praticamente andato perduto nel linguaggio quotidiano da noi in Occidente, anche se era di normale uso fino a un paio di generazioni fa.
Assalaam aleikum è un modo di salutare assolutamente comune fra musulmani, eppure qui da noi è difficile ripeterlo senza un certo imbarazzo. Nel corso degli ultimi quaranta-cinquanta anni abbiamo espunto dall’uso comune tutte le espressioni dal contenuto più o meno sacrale, con il risultato che il nostro linguaggio è diventato incapace di esprimere la religiosità quotidiana.
Purtroppo ciò ha anche significato una perdita di capacità di comunicare con chi, invece, continua a praticare la religione non solo come fede privata, ma anche come modo di vivere.
In tal modo la laicità ha finito con il trasformarsi nell’ideologia laicista, e a generare il grave equivoco che fa considerare chi continua ad usare riferimenti religiosi per orientare la propria vita nel quotidiano sia, in fondo, un pericoloso fondamentalista da combattere, e non, come invece è, una fonte preziosa anche per la coscienza dei laici. Le guerre di religione talvolta iniziano proprio con uno scivolamento progressivo del linguaggio.
Cowdung
28 Febbraio 2008
Il museo etnografico di Bhopal è dedicato soprattutto alle comunità tribali dell’India. All’interno delle sue sale vengono ricostruite in modo rigoroso alcune abitazioni tribali, usando gli stessi materiali usati nella realtà.
Spesso gli intonaci e i pavimenti sono costituiti da sterco di vacca impastato ed essiccato, e lo stesso viene quindi usato nel museo. Data la natura dei materiali è necessaria una continua manutenzione, almeno una volta il mese. Nelle sale abbiamo così incontrato delle contadine che, senza provare nessun fastidio, avevano il compito di stendere con le mani nuovi strati di sterco sui muri e sui pavimenti delle abitazioni tribali.
E’ interessante notare come nessuno facesse particolare attenzione alla cosa, e come anche noi, dopo un po’, ci siamo abituati all’odore di stallatico.
Non credo che in un museo occidentale sarebbe possibile una ricostruzione così rigorosa di un ambiente umano. Mi viene quindi da riflettere sul concetto stesso di cultura e su quanto sia fuorviante la polemica ricorrente da noi fra relativismo e assolutismo culturale. In realtà ogni cultura è una forma di adattamento della società umana alle condizioni naturali (che includono anche la tecnica!), quindi ogni cultura è al contempo relativa e assoluta. Nessuna è autonoma e indipendente, come sembrano sostenere i relativisti, ma, allo stesso tempo, ognuna possiede un nocciolo duro col quale occorre fare i conti se si vuole procedere alla reciproca integrazione.