Anticipi di pena e altre bagatelle
22 Marzo 2008
Certi fatti sono sconvolgenti, ma non dovremmo essere tutti d’accordo almeno sul principio? E cioè che le pene si scontano dopo il processo?
Le condizioni per l’arresto di Vernarelli (pericolo di fuga, di reiterazione, di inquinamento delle prove) non ci sono, nemmeno a casa di Azzeccagarbugli.
Sulla decisione del Gip ha pesato il pericolo di reiterazione del reato e il fatto che l’investitore, dopo l’arresto, presentasse «pupille miotiche», circostanza che potrebbe far supporre l’assunzione pregressa di sostanze stupefacenti. «Dalla certificazione del pronto soccorso – si legge nel provvedimento – risulta che Vernarelli era totalmente cosciente, anche se lui sostiene il contrario». Il giovane si è comunque rifiutato di sottoporsi all’analisi delle urine. «Ha dichiarato, che non lo riteneva utile in quanto, a suo dire, l’accertamento sulla probabile assunzione di stupefacenti poteva acquisirsi attraverso quello del sangue», si legge nel fascicolo del Gip.
Pericolo di reiterazione a parte, che non regge di fronte a un serio esame, il resto è probabilmente vero, ma sono fatti che andrebbero valutati in dibattimento per determinare la (eventuale) pena, e non usati per limitare la libertà di un cittadino prima del processo.
Utilitarismo etico
14 Marzo 2008
Sul Foglio di martedì 11 marzo è stata pubblicata un’intervista di Giulio Meotti a Peter Singer, filosofo australiano e docente a Princeton.
Detto molto in breve, per Singer la radice dell’etica sta nella capacità di provare sofferenza. Semplificando un po’ il suo discorso, possiamo dire che per lui la sofferenza equivale al male e che, pertanto gli esseri che hanno rilevanza etica sono quelli che possono soffrire. Il concetto di persona, per Singer richiede in qualche misura il possesso di razionalità, autocoscienza, autonomia e capacità di comprendere l’altro.
Come chiarisce nella sua intervista il filosofo australiano, queste qualità non caratterizzano gli esseri umani: per esempio i neonati e gli individui con gravi deficit cerebrali non rientrano nella categoria delle persone, che invece comprende alcuni animali superiori.
Le conseguenze di questa impostazione sono quantomeno singolari: non solo l’aborto è lecito in ogni fase della gravidanza, ma nemmeno l’infanticidio dei neonati e l’uccisione degli handicappati gravi o dei pazienti in stato di coma permanente sono atti eticamente illeciti. La qualità della vita diventa un discrimine etico e una misura del valore della vita umana.
Purtroppo la concezione etica singeriana non è solo una filosofia accademica. Se tutti concordano che l’allocazione delle risorse mediche e delle cure non può essere lasciata solo al mercato, è molto meno diffusa fra il pubblico la coscienza del fatto che la managed care, l’alternativa pubblica al mercato non può prescindere dai giudizi di valore, e quindi non può fare a meno di buona parte dell’utilitarismo singeriano (ristretto, ça va sans dire, all’universo umano per ovvi motivi).
Occorre quindi esaminare i presupposti della filosofia utilitaristica alla Singer per scoprire su quali basi si fonda e capire quanto sia compatibile con la concezione dell’uomo propria della nostra società
Se indichiamo con il termine essere senziente la persona singeriana nel senso sopra delineato, allora la società secondo Singer è semplicemente l’insieme degli esseri senzienti.
Questa è una visione astrattamente fondata dell’universo sociale che prescinde completamente dalle caratteristiche umane e dai vincoli che queste impongono.
L’essere senziente secondo Singer è condizionato dalle regole astratte della giustizia utilitarista, ma non gode di una vera libertà. È interessante leggere l’ultimo capitolo della sua introduzione a Marx (Peter Singer, Marx – A Very Short Introduction, Oxford University Press) per capire quanto sia limitata la comprensione della libertà umana da parte del filosofo australiano.
E non è un caso che la società utilitarista, come tutte quelle basate su un’etica immanente, sia più compassionevole che libera. Paradossalmente è proprio l’immanenza delle regole a non lasciare nessuna scelta: o non ci sono, e allora la società si dissolve nel caos, o, se ci sono, non possono essere messe in discussione, pena, appunto, la loro scomparsa. L’unica via di uscita è quella di avere delle regole compassionevoli, nella speranza che sia più facile accettarle.
Web e Anonimato
13 Marzo 2008
Il professor Israel, in un commento a un suo post criticato in questo blog, dice: Quanto non mi piacciono i blog anonimi in cui si sentenzia sulle cose dette da altri [...].
Non sono d’accordo. La sua incazzatura è umanamente comprensibile, ma assolutamente fuori luogo, e per più di una ragione.
Chi, come il professor Israel, scrive sui giornali o mette il suo nome su un blog ad alta visibilità, esercita in sostanza l’attività di pubblicista. Questo significa che le sue opinioni e i suoi scritti entrano in un dibattito pubblico rivolto a tutti. L’intenzione di Giorgo Israel non è solo quella di esternare un’opinione in modo più o meno sommesso, ma quella di esercitare un’azione sulle coscienze e sui pensieri del pubblico. Si tratta di una cosa non solo legittima, ma anche lodevole, eppure criticarne i contenuti non è solo altrettanto legittimo, ma anche assolutamente necessario per un dibattito salutare. In particolare, il post che ho criticato era in origine un articolo di giornale. Se il professor Israel mi avesse colto in un bar mentre lo commentavo con degli amici, mi avrebbe chiesto la carta di identità? Sono sicuro che anche il solo pensiero di ciò lo farebbe ridere.
So che il professor Israel non nega la libertà di critica, ma non si accorge che pretendere la rinuncia all’anonimato equivale a chiedere di assoggettarla a una licenza: ciò che deve contare in un dibattito sono gli argomenti, non gli autori. Il diritto all’anonimato, anche nel caso delle critiche e delle satire più feroci, è fondamentale all’esercizio della libertà.
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Poi, voglio anche rispondere a un altro punto, e cioè quello che il superficiale sarei io. E’ vero che il mio post non contiene una approfondita analisi dei presupposti delle mie affermazioni, ma il mio blog è uno zibaldone, cioè un deposito di pensieri solo in parte formati. Tuttavia credo di essere stato chiaro fin dall’inizio: non mi piaceva il tono alla Fallaci (che apprezzo come scrittrice, ma non come polemista), non trovo serio usare una delle tante frasi a effetto dei politici (in questo caso Erdogan) per trarne la conclusione – perniciosa – che la Turchia non debba entrare nell’UE, non penso che sia coerente ascoltare (giustamente) con grande attenzione il Papa e liquidare come se fosse un servo sciocco il Primate della Chiesa d’Inghilterra, senza nemmeno linkare (come ho fatto io) il suo documento.
Infine, con una piccola punta polemica, voglio far notare che il professor Israel ha scordato di linkare alla sua protesta il mio blog, e che con ciò mi ha reso doppiamente anonimo e ha impedito ai suoi lettori di confrontarsi con la versione originale di ciò che riportava. Non che ciò mi dispiaccia perché aspiro davvero a molto meno di venticinque lettori, ma, allora, perché lamentarsi?
L’utilità della sconfitta e la tragedia palestinese
2 Marzo 2008
A sessant’anni dalla nascita dello Stato di Israele, e a più di cent’anni dall’inizio dell’immigrazione sionista in Palestina, dovrebbe essere chiaro a tutti che la pace in quella terra non sarà possibile senza una chiara ed accettata sconfitta di uno dei due popoli.
Dico che dovrebbe essere chiaro, ma è anche altrettanto chiaro che nessuno fra i politici e i commentatori occidentali ha il coraggio di dichiararlo.
Lasciamo da parte i politici, che, anche quando sono onesti, spesso sono costretti dalla loro professione a offuscare la verità, ma è singolare che la pubblica stupidità e ipocrisia non risparmino nessuno dei commentatori che professano più o meno apertamente la loro simpatia e inclinazione per il popolo palestinese.
Su un punto, innanzi tutto, occorre far chiarezza: una sconfitta israeliana non significherebbe l’inizio di un periodo di convivenza pacifica fra ebrei e arabi. Un simile evento porterebbe alla pulizia etnica degli ebrei in Palestina (sì, Palestina, perché Israele non esisterebbe più non solo come Stato, ma nemmeno come entità) e a un massacro di proporzioni bibliche, secondo solo alla Shoah, e forse neanche a quella.
La sconfitta del sionismo renderebbe l’ebraismo una forza marginale per secoli, come accadde dopo la distruzione del Tempio da parte dei romani e la successiva diaspora, e forse lo resterebbe per sempre.
Al contrario, la sconfitta palestinese non implica (a meno di una inaccettabile pulizia etnica) la cancellazione dello Stato palestinese: gli accordi di Taba restano tutt’ora una concreta possibilità di soluzione.
Se è vero che a sessant’anni dal 1948 ciò che resterebbe allo Stato palestinese è piuttosto misero, bisogna ricordare che le sconfitte hanno sempre un prezzo amaro.
Il prezzo da pagare in caso di sconfitta però non deve essere confuso con il prezzo totale che viene pagato dai popoli per le guerre e che è sempre molto più alto, spesso anche per i vincitori.
La tragedia palestinese ha le sue origini proprio nella mancata comprensione di questo fatto elementare. Il prezzo relativamente moderato che i Palestinesi avrebbero pagato accettando la partizione del 1948, si è via via ingigantito, sconfitta dopo sconfitta, ma quello globale, pagato per aver seguito la strada della guerra è stato enormemente più alto.
Una definitiva sconfitta palestinese avrebbe per questo popolo due importanti vantaggi: da un lato finirebbero le sofferenze, la precarietà e il continuo dissanguamento causati dalla guerra, dall’altro potrebbe emergere, sia pur faticosamente, una nuova leadership che sappia guardare al futuro invece che al passato e far emergere le grandissime capacità dei palestinesi nel campo dello sviluppo pacifico. La fine della guerra vale bene la rinuncia al sogno del ritorno.
Personalmente fatico a capire come gli autoproclamati pacifisti e amici del popolo palestinese non riescano a capire tutto ciò. Secondo me i palestinesi meriterebbero amici migliori.