Anticipi di pena e altre bagatelle
22 Marzo 2008
Certi fatti sono sconvolgenti, ma non dovremmo essere tutti d’accordo almeno sul principio? E cioè che le pene si scontano dopo il processo?
Le condizioni per l’arresto di Vernarelli (pericolo di fuga, di reiterazione, di inquinamento delle prove) non ci sono, nemmeno a casa di Azzeccagarbugli.
Sulla decisione del Gip ha pesato il pericolo di reiterazione del reato e il fatto che l’investitore, dopo l’arresto, presentasse «pupille miotiche», circostanza che potrebbe far supporre l’assunzione pregressa di sostanze stupefacenti. «Dalla certificazione del pronto soccorso – si legge nel provvedimento – risulta che Vernarelli era totalmente cosciente, anche se lui sostiene il contrario». Il giovane si è comunque rifiutato di sottoporsi all’analisi delle urine. «Ha dichiarato, che non lo riteneva utile in quanto, a suo dire, l’accertamento sulla probabile assunzione di stupefacenti poteva acquisirsi attraverso quello del sangue», si legge nel fascicolo del Gip.
Pericolo di reiterazione a parte, che non regge di fronte a un serio esame, il resto è probabilmente vero, ma sono fatti che andrebbero valutati in dibattimento per determinare la (eventuale) pena, e non usati per limitare la libertà di un cittadino prima del processo.
Web e Anonimato
13 Marzo 2008
Il professor Israel, in un commento a un suo post criticato in questo blog, dice: Quanto non mi piacciono i blog anonimi in cui si sentenzia sulle cose dette da altri [...].
Non sono d’accordo. La sua incazzatura è umanamente comprensibile, ma assolutamente fuori luogo, e per più di una ragione.
Chi, come il professor Israel, scrive sui giornali o mette il suo nome su un blog ad alta visibilità, esercita in sostanza l’attività di pubblicista. Questo significa che le sue opinioni e i suoi scritti entrano in un dibattito pubblico rivolto a tutti. L’intenzione di Giorgo Israel non è solo quella di esternare un’opinione in modo più o meno sommesso, ma quella di esercitare un’azione sulle coscienze e sui pensieri del pubblico. Si tratta di una cosa non solo legittima, ma anche lodevole, eppure criticarne i contenuti non è solo altrettanto legittimo, ma anche assolutamente necessario per un dibattito salutare. In particolare, il post che ho criticato era in origine un articolo di giornale. Se il professor Israel mi avesse colto in un bar mentre lo commentavo con degli amici, mi avrebbe chiesto la carta di identità? Sono sicuro che anche il solo pensiero di ciò lo farebbe ridere.
So che il professor Israel non nega la libertà di critica, ma non si accorge che pretendere la rinuncia all’anonimato equivale a chiedere di assoggettarla a una licenza: ciò che deve contare in un dibattito sono gli argomenti, non gli autori. Il diritto all’anonimato, anche nel caso delle critiche e delle satire più feroci, è fondamentale all’esercizio della libertà.
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Poi, voglio anche rispondere a un altro punto, e cioè quello che il superficiale sarei io. E’ vero che il mio post non contiene una approfondita analisi dei presupposti delle mie affermazioni, ma il mio blog è uno zibaldone, cioè un deposito di pensieri solo in parte formati. Tuttavia credo di essere stato chiaro fin dall’inizio: non mi piaceva il tono alla Fallaci (che apprezzo come scrittrice, ma non come polemista), non trovo serio usare una delle tante frasi a effetto dei politici (in questo caso Erdogan) per trarne la conclusione – perniciosa – che la Turchia non debba entrare nell’UE, non penso che sia coerente ascoltare (giustamente) con grande attenzione il Papa e liquidare come se fosse un servo sciocco il Primate della Chiesa d’Inghilterra, senza nemmeno linkare (come ho fatto io) il suo documento.
Infine, con una piccola punta polemica, voglio far notare che il professor Israel ha scordato di linkare alla sua protesta il mio blog, e che con ciò mi ha reso doppiamente anonimo e ha impedito ai suoi lettori di confrontarsi con la versione originale di ciò che riportava. Non che ciò mi dispiaccia perché aspiro davvero a molto meno di venticinque lettori, ma, allora, perché lamentarsi?
Scivolamenti differenziali di discorso
9 Marzo 2008
Un breve commento all’ultimo post di Giorgio Israel. Condivido appieno la difesa dei valori occidentali, ma non il tono di rant fallaciani che queste difese spesso assumono. Il loro limite, anche quando sono scritte nello stile inimitabile di Oriana Fallaci (e non è il caso di Giorgio Israel) è che trattano gli avversari come nemici allo stato puro, con i quali ogni dialogo è impossibile a causa della loro perversità o della loro imbecillità. Trattare Rowan Williams, l’arcivescovo di Canterbury, come un povero demente pronto a ogni concessione al nemico islamico invece di leggere e discutere il documento nel quale il reverendo Williams espone e argomenta le sue posizioni è una resa a uno stile da giornalista che avrei preferito veder evitata da un collega. E criticare Erdogan, come fa in un precedente post, perché invita i turchi tedeschi a non rinunciare alla loro identità si può fare solo se le parole del Primo Ministro turco vengono interpretate nel modo peggiore possibile. Tutto ciò, ribadisco, ha un senso solo se l’Islam è il nemico, da sconfiggere definitivamente, e non un vicino ingombrante del quale dobbiamo prendere le misure ma anche conviverci.
Da parte mia credo che sostituire l’analisi con le invettive, alla lunga paghi poco. La difesa della nostra libertà e dei nostri valori si fa con la fermezza nel e del dialogo, non chiedendo alle altre culture di farsi da parte senza discutere. Perché in fondo a questa strada rischiamo di trovare solo conflitti.
Oil and blood (bozza).
9 Marzo 2008
Il ruolo del petrolio nell’economia è spesso visto come inseparabile dalle ingerenze politiche. Ci si chiede però di rado come mai ciò possa avvenire, e si preferisce invece pensare che tutto ciò sia in qualche modo inevitabile, causato dall’importanza di tale materia prima in tutti gli aspetti della vita.
Eppure, per poter capire fino in fondo il ruolo del petrolio nell’economia e nella politica mondiali, bisogna tener conto del fatto che è una merce dalle proprietà piuttosto peculiari. Questa sua caratteristica, unita alla sua insostituibilità come vettore energetico è alla radice del fatto che il prezzo e la disponibilità di petrolio sono intimamente legati alle vicende politiche mondiali. L’OPEC, che controlla la produzione di circa il 40% del greggio mondiale, è a tutti gli effetti una banca centrale del petrolio la cui influenza sull’economia mondiale non può essere sottostimata.
In particolare bisogna ricordare che:
- Il costo di produzione dei derivati del petrolio non è omogeneo, ma dipende fortemente dalla situazione geografica e geologica dei giacimenti e dalla qualità del greggio. A rigore, non ha senso parlare di riserve in assoluto perché queste dipendono non solo dalla disponibilità fisica, ma anche dal loro costo di sfruttamento, che può variare enormemente.
- Quindi, il costo al consumatore dell’energia prodotta dal petrolio è quello marginale: una domanda sostenuta (come quella odierna) permetterà lo sfruttamento dei giacimenti dai costi di produzione più elevati e garantirà una redditività molto alta ai possessori dei giacimenti meno costosi da sfruttare.
- Il petrolio non è una merce deperibile o soggetta ad obsolescenza. Quindi non vi sono vincoli fisici o di mercato che impediscano un’elevata flessibilità nelle scelte produttive e commerciali.
- I costi di prospezione e di trivellazione sono spesso molto maggiori di quelli di esercizio dei pozzi e di manutenzione degli stessi.
- La produzione di petrolio è un fenomeno essenzialmente oligopolistico, territoriale e legato alla politica. Ciò rende le decisioni produttive relativamente libere anche dai vincoli finanziari.
- I derivati del greggio (benzina e gasolio) sono di gran lunga i mezzi più flessibili ed efficienti per produrre, immagazzinare, trasportare e distribuire energia.
L’utilità della sconfitta e la tragedia palestinese
2 Marzo 2008
A sessant’anni dalla nascita dello Stato di Israele, e a più di cent’anni dall’inizio dell’immigrazione sionista in Palestina, dovrebbe essere chiaro a tutti che la pace in quella terra non sarà possibile senza una chiara ed accettata sconfitta di uno dei due popoli.
Dico che dovrebbe essere chiaro, ma è anche altrettanto chiaro che nessuno fra i politici e i commentatori occidentali ha il coraggio di dichiararlo.
Lasciamo da parte i politici, che, anche quando sono onesti, spesso sono costretti dalla loro professione a offuscare la verità, ma è singolare che la pubblica stupidità e ipocrisia non risparmino nessuno dei commentatori che professano più o meno apertamente la loro simpatia e inclinazione per il popolo palestinese.
Su un punto, innanzi tutto, occorre far chiarezza: una sconfitta israeliana non significherebbe l’inizio di un periodo di convivenza pacifica fra ebrei e arabi. Un simile evento porterebbe alla pulizia etnica degli ebrei in Palestina (sì, Palestina, perché Israele non esisterebbe più non solo come Stato, ma nemmeno come entità) e a un massacro di proporzioni bibliche, secondo solo alla Shoah, e forse neanche a quella.
La sconfitta del sionismo renderebbe l’ebraismo una forza marginale per secoli, come accadde dopo la distruzione del Tempio da parte dei romani e la successiva diaspora, e forse lo resterebbe per sempre.
Al contrario, la sconfitta palestinese non implica (a meno di una inaccettabile pulizia etnica) la cancellazione dello Stato palestinese: gli accordi di Taba restano tutt’ora una concreta possibilità di soluzione.
Se è vero che a sessant’anni dal 1948 ciò che resterebbe allo Stato palestinese è piuttosto misero, bisogna ricordare che le sconfitte hanno sempre un prezzo amaro.
Il prezzo da pagare in caso di sconfitta però non deve essere confuso con il prezzo totale che viene pagato dai popoli per le guerre e che è sempre molto più alto, spesso anche per i vincitori.
La tragedia palestinese ha le sue origini proprio nella mancata comprensione di questo fatto elementare. Il prezzo relativamente moderato che i Palestinesi avrebbero pagato accettando la partizione del 1948, si è via via ingigantito, sconfitta dopo sconfitta, ma quello globale, pagato per aver seguito la strada della guerra è stato enormemente più alto.
Una definitiva sconfitta palestinese avrebbe per questo popolo due importanti vantaggi: da un lato finirebbero le sofferenze, la precarietà e il continuo dissanguamento causati dalla guerra, dall’altro potrebbe emergere, sia pur faticosamente, una nuova leadership che sappia guardare al futuro invece che al passato e far emergere le grandissime capacità dei palestinesi nel campo dello sviluppo pacifico. La fine della guerra vale bene la rinuncia al sogno del ritorno.
Personalmente fatico a capire come gli autoproclamati pacifisti e amici del popolo palestinese non riescano a capire tutto ciò. Secondo me i palestinesi meriterebbero amici migliori.
Obama come Carter?
29 Febbraio 2008
I commentatori delle elezioni presidenziali americane non sembrano ancora aver rilevato le evidenti analogie fra le posizioni di Obama oggi e quelle di Carter nel 1976.
Entambi i candidati si sono presentati come uomini nuovi, alternativi e persino opposti alle politiche dell’establishment esistente.
Entambi si rifanno a una visione dell’America più aperta al dialogo con gli altri paesi, più preoccupata del diritto e della giustizia, meno incentrata sui propri valori tradizionalo e meno disposta all’uso della forza; entrambi fondano le loro proposte sul rifiuto della guerra e dell’interventismo contro i paesi non amici dell’America e cercano un fondamento diverso dell’azione diplomatica; entrambi si posizionano alla sinistra del centro del partito democratico.
Tuttavia faremmo bene a ricordare che, malgrado l’altezza dei principi che la ispiravano e la sincerità dei propositi, la presidenza Carter fallì tutti gli obiettivi che si era prefissata.
Sotto Carter la rivoluzione sandinista risultò vittoriosa in Nicaragua, con il solo non apprezzabile risultato di far passare quel paese da una dittatura di destra a una di sinistra. La caduta dello Scià di Persia nel ‘79 aprì le porte a un periodo di feroce terrore in Iran, spianò la strada al terrorismo sciita e preparò la guerra contro l’Iraq che costò più di un milione di morti.
La politica dei diritti umani si rivelò incapace di ottenere un reale miglioramento del rispetto di tali diritti all’interno del blocco sovietico, e, anzi, causò il gelo fra Mosca e Washington, come documenta l’ambasciatore Dobrynin nelle sue memorie; nel frattempo l’espansionismo sovietico raggiunse il suo apice in Africa e in Afghanistan.
Paradossalmente, la presidenza più pacifista dalla seconda guerra mondiale in poi produsse una recrudescenza della guerra fredda e iniziò il programma di riarmo di cui in seguito Reagan prese l’intero merito e lasciò in eredità all’amministrazione successiva una situazione in cui i diritti umani erano, se possibile, globalmente ancor più precari.
Obama e le forze che lo sostengono sembrano aver imparato poco da quel fallimento. La fretta di ritirarsi da un Iraq in via di pacificazione tradisce una visione ideologica della storia e della politica, priva dello spirito pragmatico necessario nei tempi difficili.
Peggio ancora, la mancanza di considerazione per gli attuali amici dell’America ricorda la piccolezza con cui Carter trattò lo Scià, che con tutti i suoi difetti, era pur sempre un amico e un alleato degli USA, mentre la pretesa di poter intervenire poi in caso di necessità per colpire il terrorismo nei paesi che verranno abbandonati a se stessi, come l’Iraq e il Pakistan, pecca di ingenuità e di arroganza.
Il grande limite dell’ispirazione carteriana e osamiana della politica estera è il suo basarsi su valori morali astratti e, in fondo, occidentali, a scapito della necessità di fondare la propria azione sulla chiarezza degli interessi da difendere (che, ovviamente, comprendono i diritti umani, ma non si fermano a quelli), e sul rifiuto dell’ipocrisia. E’ vero che G.W. Bush non è stato un modello di flessibilità e di chiarezza comunicativa nell’azione diplomatica, e che la sua ostinazione ha spesso sconfinato nell’ottusità e nell’autolesionismo, ma almeno ha una visione geopolitica degli affari mondiali. Obama promette solo di essere peggio. Speriamo di sbagliarci.