Un breve commento all’ultimo post di Giorgio Israel. Condivido appieno la difesa dei valori occidentali, ma non il tono di rant fallaciani che queste difese spesso assumono. Il loro limite, anche quando sono scritte nello stile inimitabile di Oriana Fallaci (e non è il caso di Giorgio Israel) è che trattano gli avversari come nemici allo stato puro, con i quali ogni dialogo è impossibile a causa della loro perversità o della loro imbecillità. Trattare Rowan Williams, l’arcivescovo di Canterbury, come un povero demente pronto a ogni concessione al nemico islamico invece di leggere e discutere il documento nel quale il reverendo Williams espone e argomenta le sue posizioni è una resa a uno stile da giornalista che avrei preferito veder evitata da un collega. E criticare Erdogan, come fa in un precedente post, perché invita i turchi tedeschi a non rinunciare alla loro identità si può fare solo se le parole del Primo Ministro turco vengono interpretate nel modo peggiore possibile. Tutto ciò, ribadisco, ha un senso solo se l’Islam è il nemico, da sconfiggere definitivamente, e non un vicino ingombrante del quale dobbiamo prendere le misure ma anche conviverci.

Da parte mia credo che sostituire l’analisi con le invettive, alla lunga paghi poco. La difesa della nostra libertà e dei nostri valori si fa con la fermezza nel e del dialogo, non chiedendo alle altre culture di farsi da parte senza discutere. Perché in fondo a questa strada rischiamo di trovare solo conflitti.

Un mio studente mi ha segnalato che a fine novembre è apparso un video su YouTube con un servizio sulla presentazione dell’ultimo libro di Rosa Alberoni su darwinismo e creazione.

Tralascio ogni commento ironico sulla tesi e sulle frasi dell’autrice, perché sono così sciocche che è persino più facile che sparare sulla Croce Rossa, ma trovo preoccupante per la sua ignoranza e disinformazione la breve intervista al cardinale Renato Martino, che partecipava alla manifestazione.

Ora che il marxismo ha fatto il suo tempo… Adesso si ritorna con un figlio del marxismo, che è questo darwinismo…
[e, rivolto all'intervistatrice] Ma lei… ma lei si sente discendente da uno scimpanzé? Io no!

Fra tutti i commenti su YouTube a questa prova di ignoranza beatamente mondana, il più divertente è il seguente: Darwinismo figlio del marxismo? Primati di tutto il mondo, unitevi!

La scienza moderna è ricca di teorie che fanno affermazioni controintutive e difficili da conciliare con il senso comune o con le convinzioni stabilite. Se sottoponiamo a una analisi approfondita la Relatività o la Meccanica Quantistica scopriamo immediatamente che le nozioni abituali di spazio e tempo non hanno più significato, mentre la neurofisiologia suggerisce che concetti come coscienza, individuo e anima sono quantomeno problematici. Ciò implica che il discorso religioso deve farsi cauto nel leggere i testi sacri e riconoscere che ogni rivelazione deve entrare in un discorso dialettico con la ricerca delle leggi di natura.

Questa necessità non implica, come pretende lo scientismo, l’identità fra Scienza e Ragione, e quindi, dato il carattere riduzionista delle scienze moderne, la rinuncia alla divinità come ipotesi non necessaria. Però impone a ogni discorso religioso che non voglia prescindere dalla ragione di saper distinguere tra la verità trascendente e la realtà mondana, che comprende in sè l’universo della fisica. Contrariamente a quello che sostiene l’ortodossia tradizionale musulmana circa il Corano (e anche a una lettura troppo testuale dell’incipit del Vangelo di S. Giovanni), il verbo, cioè la parola, non è il principio, ma solo l’inizio del dialogo di Dio con l’Uomo.

E’ nel carattere stesso delle scienze naturali l’essere scientiste, ma ciò non significa che i risultati che ottengono possano essere messi in discussione a partire da posizioni esterne ad esse. Invece, bisogna saper riconoscere che il limite della Scienza non sta in quello che dice, ma in quello che non può dire. Scienza e Conoscenza non sono sinonimi, e l’autonomia della prima non implica quella della seconda. In questo contesto l’enfasi del Papa sul ruolo della Ragione trova una completa legittimità. Gli spiriti religiosi devono rinunciare all’idea che la Rivelazione sia un discorso chiuso in sé, i razionalisti devono fare lo stesso nei confronti della Scienza.

A sessant’anni dalla nascita dello Stato di Israele, e a più di cent’anni dall’inizio dell’immigrazione sionista in Palestina, dovrebbe essere chiaro a tutti che la pace in quella terra non sarà possibile senza una chiara ed accettata sconfitta di uno dei due popoli.
Dico che dovrebbe essere chiaro, ma è anche altrettanto chiaro che nessuno fra i politici e i commentatori occidentali ha il coraggio di dichiararlo.
Lasciamo da parte i politici, che, anche quando sono onesti, spesso sono costretti dalla loro professione a offuscare la verità, ma è singolare che la pubblica stupidità e ipocrisia non risparmino nessuno dei commentatori che professano più o meno apertamente la loro simpatia e inclinazione per il popolo palestinese.
Su un punto, innanzi tutto, occorre far chiarezza: una sconfitta israeliana non significherebbe l’inizio di un periodo di convivenza pacifica fra ebrei e arabi. Un simile evento porterebbe alla pulizia etnica degli ebrei in Palestina (sì, Palestina, perché Israele non esisterebbe più non solo come Stato, ma nemmeno come entità) e a un massacro di proporzioni bibliche, secondo solo alla Shoah, e forse neanche a quella.
La sconfitta del sionismo renderebbe l’ebraismo una forza marginale per secoli, come accadde dopo la distruzione del Tempio da parte dei romani e la successiva diaspora, e forse lo resterebbe per sempre.

Al contrario, la sconfitta palestinese non implica (a meno di una inaccettabile pulizia etnica) la cancellazione dello Stato palestinese: gli accordi di Taba restano tutt’ora una concreta possibilità di soluzione.
Se è vero che a sessant’anni dal 1948 ciò che resterebbe allo Stato palestinese è piuttosto misero, bisogna ricordare che le sconfitte hanno sempre un prezzo amaro.

Il prezzo da pagare in caso di sconfitta però non deve essere confuso con il prezzo totale che viene pagato dai popoli per le guerre e che è sempre molto più alto, spesso anche per i vincitori.
La tragedia palestinese ha le sue origini proprio nella mancata comprensione di questo fatto elementare. Il prezzo relativamente moderato che i Palestinesi avrebbero pagato accettando la partizione del 1948, si è via via ingigantito, sconfitta dopo sconfitta, ma quello globale, pagato per aver seguito la strada della guerra è stato enormemente più alto.
Una definitiva sconfitta palestinese avrebbe per questo popolo due importanti vantaggi: da un lato finirebbero le sofferenze, la precarietà e il continuo dissanguamento causati dalla guerra, dall’altro potrebbe emergere, sia pur faticosamente, una nuova leadership che sappia guardare al futuro invece che al passato e far emergere le grandissime capacità dei palestinesi nel campo dello sviluppo pacifico. La fine della guerra vale bene la rinuncia al sogno del ritorno.

Personalmente fatico a capire come gli autoproclamati pacifisti e amici del popolo palestinese non riescano a capire tutto ciò. Secondo me i palestinesi meriterebbero amici migliori.

Ateismo

1 Marzo 2008

Proprio ieri ho letto la seguente frase (purtroppo non ricordo di chi): se l’ateismo è una religione, allora la calvizie è un colore dei capelli.
E’ un parallelo apparentemente suggestivo, ma sbagliato. Se esaminiamo il ruolo che le religioni hanno e hanno avuto nella storia dell’umanità scopriamo che la preghiera e la fede nella divinità sono solo un aspetto, ma non l’unico, del fenomeno religioso.
Le religioni servono e sono servite anche da fondazione delle comunità, cioè come insieme di valori condivisi: l’intolleranza religiosa nasce proprio da qui. La fonte divina giustifica la comunità in quanto comunità di giusti, per cui tutti gli altri, che siano gentili, khafir o pagani, sono in qualche senso uomini sminuiti. Al meglio bambini malcresciuti da redimere, al peggio diavoli da combattere fino alla fine.
Ma la risposta laica a questo stato di cose è efficace? La risposta è, purtroppo, negativa.
In un senso più ampio le credenze religiose sono sistemi di convinzioni e di valori condivisi. La presenza esplicita fra questi di una divinità è un’opzione, non una necessità, come è dimostrato, fra l’altro, dal buddismo.
Oggi, apparentemente, il rapporto fra stato e religione è quello di una reciproca, ma parziale separazione. Le non numerose eccezioni si situano piuttosto sul versante teocratico. Tuttavia nell’antichità classica la norma era quella della religione di Stato: la divinità era più una funzione della comunità che non il suo contrario,
Le moderne democrazie, analogamente a quelle classiche, necessitano di un insieme fondazionale di valori condivisi che naturalmente confligge con le religioni stabilite. Da qui, cioè dal senso di comunità, nasce il bisogno di sacralità al quale nemmeno gli atei possono sfuggire.
Il mito della completa autonomia dell’individuo, semplicemente, non regge di fronte alla realtà, e di conseguenza l’ateismo non può che rifugiarsi nello scientismo, cioè nel mito della autofondazione della Natura celebrata dalla Scienza.
Alla fine, quindi, anche l’ateismo deve darsi una forma e dei valori. Valori che hanno radice altrove rispetto all’individiuo e sono quindi trascendenti rispetto ad esso.

God bless you

29 Febbraio 2008

Ieri il mio amico indiano John Benny, accomiatandosi da me al telefono, mi ha salutato con un God bless you, al quale ho risposto: and God bless you too.

Questo tipo di espressione è praticamente andato perduto nel linguaggio quotidiano da noi in Occidente, anche se era di normale uso fino a un paio di generazioni fa.

Assalaam aleikum è un modo di salutare assolutamente comune fra musulmani, eppure qui da noi è difficile ripeterlo senza un certo imbarazzo. Nel corso degli ultimi quaranta-cinquanta anni abbiamo espunto dall’uso comune tutte le espressioni dal contenuto più o meno sacrale, con il risultato che il nostro linguaggio è diventato incapace di esprimere la religiosità quotidiana.

Purtroppo ciò ha anche significato una perdita di capacità di comunicare con chi, invece, continua a praticare la religione non solo come fede privata, ma anche come modo di vivere.

In tal modo la laicità ha finito con il trasformarsi nell’ideologia laicista, e a generare il grave equivoco che fa considerare chi continua ad usare riferimenti religiosi per orientare la propria vita nel quotidiano sia, in fondo, un pericoloso fondamentalista da combattere, e non, come invece è, una fonte preziosa anche per la coscienza dei laici. Le guerre di religione talvolta iniziano proprio con uno scivolamento progressivo del linguaggio.

Sanchi, Madhya Pradesh

28 Febbraio 2008

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A Sanchi, vicino a Bhopal, c’è un complesso di stupa buddisti semplicemente meraviglioso. Lo stupa principale nel quale, secondo la tradizione, si troverebbe una reliquia del Buddha, è circondato da un recinto e vi si accede attraverso quattro “porte”, su ognuna delle quali sono scolpite delle scene di ispirazione religiosa.dsc01739r.jpg Una, in particolare, mostra il Buddha che attraversa un fiume camminando sulle acque, mentre alcuni bramini sono costretti ad attraversarlo in barca. La scena simboleggia come la sapienza permetta di trascendere le limitazioni della natura umana, ma non è solo simbolica e si riferisce a un evento della vita del Buddha.

E’ interessante osservare che un episodio simile (ma dal significato differente) sia presente anche nella vita di Gesù. Più in generale, visitando l’India e osservando le pratiche e i simbolismi religiosi, emergono alcune “strane” similitudini con i riti e le simbologie cristiane. Per esempio il gesto indù di rispetto di fronte alla divinità, che ricorda il segno della croce, o, ancora sui bassorilievi di Sanchi, l’episodio dell’offerta del miele a Buddha da parte delle scimmie (che ricorda S. Francesco), o il fatto che le divinità principali dell’induismo sono tre e, in allo stesso tempo, una.

Un altro fatto degno di nota è lo sviluppo del monachesimo, fenomeno che ha una posizione particolare sia nel cristianesimo sia nel buddismo

Sarebbe interessante indagare se negli anni di formazione del Cristianesimo siano stati presenti nel mondo romano elementi religiosi affini a quelli delle religioni indiane. La cosa non mi sorprenderebbe affatto.