A sessant’anni dalla nascita dello Stato di Israele, e a più di cent’anni dall’inizio dell’immigrazione sionista in Palestina, dovrebbe essere chiaro a tutti che la pace in quella terra non sarà possibile senza una chiara ed accettata sconfitta di uno dei due popoli.
Dico che dovrebbe essere chiaro, ma è anche altrettanto chiaro che nessuno fra i politici e i commentatori occidentali ha il coraggio di dichiararlo.
Lasciamo da parte i politici, che, anche quando sono onesti, spesso sono costretti dalla loro professione a offuscare la verità, ma è singolare che la pubblica stupidità e ipocrisia non risparmino nessuno dei commentatori che professano più o meno apertamente la loro simpatia e inclinazione per il popolo palestinese.
Su un punto, innanzi tutto, occorre far chiarezza: una sconfitta israeliana non significherebbe l’inizio di un periodo di convivenza pacifica fra ebrei e arabi. Un simile evento porterebbe alla pulizia etnica degli ebrei in Palestina (sì, Palestina, perché Israele non esisterebbe più non solo come Stato, ma nemmeno come entità) e a un massacro di proporzioni bibliche, secondo solo alla Shoah, e forse neanche a quella.
La sconfitta del sionismo renderebbe l’ebraismo una forza marginale per secoli, come accadde dopo la distruzione del Tempio da parte dei romani e la successiva diaspora, e forse lo resterebbe per sempre.

Al contrario, la sconfitta palestinese non implica (a meno di una inaccettabile pulizia etnica) la cancellazione dello Stato palestinese: gli accordi di Taba restano tutt’ora una concreta possibilità di soluzione.
Se è vero che a sessant’anni dal 1948 ciò che resterebbe allo Stato palestinese è piuttosto misero, bisogna ricordare che le sconfitte hanno sempre un prezzo amaro.

Il prezzo da pagare in caso di sconfitta però non deve essere confuso con il prezzo totale che viene pagato dai popoli per le guerre e che è sempre molto più alto, spesso anche per i vincitori.
La tragedia palestinese ha le sue origini proprio nella mancata comprensione di questo fatto elementare. Il prezzo relativamente moderato che i Palestinesi avrebbero pagato accettando la partizione del 1948, si è via via ingigantito, sconfitta dopo sconfitta, ma quello globale, pagato per aver seguito la strada della guerra è stato enormemente più alto.
Una definitiva sconfitta palestinese avrebbe per questo popolo due importanti vantaggi: da un lato finirebbero le sofferenze, la precarietà e il continuo dissanguamento causati dalla guerra, dall’altro potrebbe emergere, sia pur faticosamente, una nuova leadership che sappia guardare al futuro invece che al passato e far emergere le grandissime capacità dei palestinesi nel campo dello sviluppo pacifico. La fine della guerra vale bene la rinuncia al sogno del ritorno.

Personalmente fatico a capire come gli autoproclamati pacifisti e amici del popolo palestinese non riescano a capire tutto ciò. Secondo me i palestinesi meriterebbero amici migliori.

Ateismo

1 Marzo 2008

Proprio ieri ho letto la seguente frase (purtroppo non ricordo di chi): se l’ateismo è una religione, allora la calvizie è un colore dei capelli.
E’ un parallelo apparentemente suggestivo, ma sbagliato. Se esaminiamo il ruolo che le religioni hanno e hanno avuto nella storia dell’umanità scopriamo che la preghiera e la fede nella divinità sono solo un aspetto, ma non l’unico, del fenomeno religioso.
Le religioni servono e sono servite anche da fondazione delle comunità, cioè come insieme di valori condivisi: l’intolleranza religiosa nasce proprio da qui. La fonte divina giustifica la comunità in quanto comunità di giusti, per cui tutti gli altri, che siano gentili, khafir o pagani, sono in qualche senso uomini sminuiti. Al meglio bambini malcresciuti da redimere, al peggio diavoli da combattere fino alla fine.
Ma la risposta laica a questo stato di cose è efficace? La risposta è, purtroppo, negativa.
In un senso più ampio le credenze religiose sono sistemi di convinzioni e di valori condivisi. La presenza esplicita fra questi di una divinità è un’opzione, non una necessità, come è dimostrato, fra l’altro, dal buddismo.
Oggi, apparentemente, il rapporto fra stato e religione è quello di una reciproca, ma parziale separazione. Le non numerose eccezioni si situano piuttosto sul versante teocratico. Tuttavia nell’antichità classica la norma era quella della religione di Stato: la divinità era più una funzione della comunità che non il suo contrario,
Le moderne democrazie, analogamente a quelle classiche, necessitano di un insieme fondazionale di valori condivisi che naturalmente confligge con le religioni stabilite. Da qui, cioè dal senso di comunità, nasce il bisogno di sacralità al quale nemmeno gli atei possono sfuggire.
Il mito della completa autonomia dell’individuo, semplicemente, non regge di fronte alla realtà, e di conseguenza l’ateismo non può che rifugiarsi nello scientismo, cioè nel mito della autofondazione della Natura celebrata dalla Scienza.
Alla fine, quindi, anche l’ateismo deve darsi una forma e dei valori. Valori che hanno radice altrove rispetto all’individiuo e sono quindi trascendenti rispetto ad esso.

Meritocrazia

1 Marzo 2008

È di moda considerare la meritocrazia come l’unico sistema corretto per dare un valore alle persone.però, se ci riflettiamo un momento, ogni ordinamento unidimensionale si limita a premiare una qualità umana a scapito delle altre, e, per usare un linguaggio religiosamente carico, nessuna anima è intrinsecamente migliore di qualsiasi altra.

God bless you

29 Febbraio 2008

Ieri il mio amico indiano John Benny, accomiatandosi da me al telefono, mi ha salutato con un God bless you, al quale ho risposto: and God bless you too.

Questo tipo di espressione è praticamente andato perduto nel linguaggio quotidiano da noi in Occidente, anche se era di normale uso fino a un paio di generazioni fa.

Assalaam aleikum è un modo di salutare assolutamente comune fra musulmani, eppure qui da noi è difficile ripeterlo senza un certo imbarazzo. Nel corso degli ultimi quaranta-cinquanta anni abbiamo espunto dall’uso comune tutte le espressioni dal contenuto più o meno sacrale, con il risultato che il nostro linguaggio è diventato incapace di esprimere la religiosità quotidiana.

Purtroppo ciò ha anche significato una perdita di capacità di comunicare con chi, invece, continua a praticare la religione non solo come fede privata, ma anche come modo di vivere.

In tal modo la laicità ha finito con il trasformarsi nell’ideologia laicista, e a generare il grave equivoco che fa considerare chi continua ad usare riferimenti religiosi per orientare la propria vita nel quotidiano sia, in fondo, un pericoloso fondamentalista da combattere, e non, come invece è, una fonte preziosa anche per la coscienza dei laici. Le guerre di religione talvolta iniziano proprio con uno scivolamento progressivo del linguaggio.

Obama come Carter?

29 Febbraio 2008

I commentatori delle elezioni presidenziali americane non sembrano ancora aver rilevato le evidenti analogie fra le posizioni di Obama oggi e quelle di Carter nel 1976.

Entambi i candidati si sono presentati come uomini nuovi, alternativi e persino opposti alle politiche dell’establishment esistente.

Entambi si rifanno a una visione dell’America più aperta al dialogo con gli altri paesi, più preoccupata del diritto e della giustizia, meno incentrata sui propri valori tradizionalo e meno disposta all’uso della forza; entrambi fondano le loro proposte sul rifiuto della guerra e dell’interventismo contro i paesi non amici dell’America e cercano un fondamento diverso dell’azione diplomatica; entrambi si posizionano alla sinistra del centro del partito democratico.

Tuttavia faremmo bene a ricordare che, malgrado l’altezza dei principi che la ispiravano e la sincerità dei propositi, la presidenza Carter fallì tutti gli obiettivi che si era prefissata.

Sotto Carter la rivoluzione sandinista risultò vittoriosa in Nicaragua, con il solo non apprezzabile risultato di far passare quel paese da una dittatura di destra a una di sinistra. La caduta dello Scià di Persia nel ‘79 aprì le porte a un periodo di feroce terrore in Iran, spianò la strada al terrorismo sciita e preparò la guerra contro l’Iraq che costò più di un milione di morti.

La politica dei diritti umani si rivelò incapace di ottenere un reale miglioramento del rispetto di tali diritti all’interno del blocco sovietico, e, anzi, causò il gelo fra Mosca e Washington, come documenta l’ambasciatore Dobrynin nelle sue memorie; nel frattempo l’espansionismo sovietico raggiunse il suo apice in Africa e in Afghanistan.

Paradossalmente, la presidenza più pacifista dalla seconda guerra mondiale in poi produsse una recrudescenza della guerra fredda e iniziò il programma di riarmo di cui in seguito Reagan prese l’intero merito e lasciò in eredità all’amministrazione successiva una situazione in cui i diritti umani erano, se possibile, globalmente ancor più precari.

Obama e le forze che lo sostengono sembrano aver imparato poco da quel fallimento. La fretta di ritirarsi da un Iraq in via di pacificazione tradisce una visione ideologica della storia e della politica, priva dello spirito pragmatico necessario nei tempi difficili.

Peggio ancora, la mancanza di considerazione per gli attuali amici dell’America ricorda la piccolezza con cui Carter trattò lo Scià, che con tutti i suoi difetti, era pur sempre un amico e un alleato degli USA, mentre la pretesa di poter intervenire poi in caso di necessità per colpire il terrorismo nei paesi che verranno abbandonati a se stessi, come l’Iraq e il Pakistan, pecca di ingenuità e di arroganza.

Il grande limite dell’ispirazione carteriana e osamiana della politica estera è il suo basarsi su valori morali astratti e, in fondo, occidentali, a scapito della necessità di fondare la propria azione sulla chiarezza degli interessi da difendere (che, ovviamente, comprendono i diritti umani, ma non si fermano a quelli), e sul rifiuto dell’ipocrisia. E’ vero che G.W. Bush non è stato un modello di flessibilità e di chiarezza comunicativa nell’azione diplomatica, e che la sua ostinazione ha spesso sconfinato nell’ottusità e nell’autolesionismo, ma almeno ha una visione geopolitica degli affari mondiali. Obama promette solo di essere peggio. Speriamo di sbagliarci.

Cowdung

28 Febbraio 2008

Il museo etnografico di Bhopal è dedicato soprattutto alle comunità tribali dell’India. All’interno delle sue sale vengono ricostruite in modo rigoroso alcune abitazioni tribali, usando gli stessi materiali usati nella realtà. p1000584r.jpgSpesso gli intonaci e i pavimenti sono costituiti da sterco di vacca impastato ed essiccato, e lo stesso viene quindi usato nel museo. Data la natura dei materiali è necessaria una continua manutenzione, almeno una volta il mese. Nelle sale abbiamo così incontrato delle contadine che, senza provare nessun fastidio, avevano il compito di stendere con le mani nuovi strati di sterco sui muri e sui pavimenti delle abitazioni tribali.

E’ interessante notare come nessuno facesse particolare attenzione alla cosa, e come anche noi, dopo un po’, ci siamo abituati all’odore di stallatico.

Non credo che in un museo occidentale sarebbe possibile una ricostruzione così rigorosa di un ambiente umano. Mi viene quindi da riflettere sul concetto stesso di cultura e su quanto sia fuorviante la polemica ricorrente da noi fra relativismo e assolutismo culturale. In realtà ogni cultura è una forma di adattamento della società umana alle condizioni naturali (che includono anche la tecnica!), quindi ogni cultura è al contempo relativa e assoluta. Nessuna è autonoma e indipendente, come sembrano sostenere i relativisti, ma, allo stesso tempo, ognuna possiede un nocciolo duro col quale occorre fare i conti se si vuole procedere alla reciproca integrazione.

Sanchi, Madhya Pradesh

28 Febbraio 2008

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A Sanchi, vicino a Bhopal, c’è un complesso di stupa buddisti semplicemente meraviglioso. Lo stupa principale nel quale, secondo la tradizione, si troverebbe una reliquia del Buddha, è circondato da un recinto e vi si accede attraverso quattro “porte”, su ognuna delle quali sono scolpite delle scene di ispirazione religiosa.dsc01739r.jpg Una, in particolare, mostra il Buddha che attraversa un fiume camminando sulle acque, mentre alcuni bramini sono costretti ad attraversarlo in barca. La scena simboleggia come la sapienza permetta di trascendere le limitazioni della natura umana, ma non è solo simbolica e si riferisce a un evento della vita del Buddha.

E’ interessante osservare che un episodio simile (ma dal significato differente) sia presente anche nella vita di Gesù. Più in generale, visitando l’India e osservando le pratiche e i simbolismi religiosi, emergono alcune “strane” similitudini con i riti e le simbologie cristiane. Per esempio il gesto indù di rispetto di fronte alla divinità, che ricorda il segno della croce, o, ancora sui bassorilievi di Sanchi, l’episodio dell’offerta del miele a Buddha da parte delle scimmie (che ricorda S. Francesco), o il fatto che le divinità principali dell’induismo sono tre e, in allo stesso tempo, una.

Un altro fatto degno di nota è lo sviluppo del monachesimo, fenomeno che ha una posizione particolare sia nel cristianesimo sia nel buddismo

Sarebbe interessante indagare se negli anni di formazione del Cristianesimo siano stati presenti nel mondo romano elementi religiosi affini a quelli delle religioni indiane. La cosa non mi sorprenderebbe affatto.